Lo spot immigrazionista della pantera

“In tempo di crisi, i saggi costruiscono ponti e gli stupidi innalzano barriere”. Parola di Black Panther, il supereroe africano portato sul grande schermo da Chadwick Boseman, e che ha collezionato ben sette nomination agli Oscar 2019: Miglior Film, Miglior Scenografia, Miglior Costumi, Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Canzone Originale, Miglior Sonoro e Miglior Montaggio Sonoro.
Evento doppiamente significativo per la storia degli Academy Awards: è la prima volta che una pellicola basata su un personaggio della Marvel riesce ad aggiudicarsi una candidatura nella sezione “Miglior Film”, ed è anche una edizione fortememte caratterizzata dalla presenza di artisti di colore. Un bel cambiamento, dopo le vivaci proteste sollevate negli ultimi anni dalla comunitá afro-americana per la scarsitá di riconoscimenti riservati ad artisti dalla pelle scura.

La rivincita della serie B

Fin qui, tutto bene. Da fan dei supereroi Marvel ci congratuliamo per questo meritato successo, che finalmente sdogana il mondo dell’Uomo Ragno, Hulk, Thor e Wonder Woman, conferendogli la stessa dignità delle pellicole non tratte da fumetti. Pressappoco come avvenuto con la Fantascienza, per lungo tempo considerata letteratura di serie B, nonostante avesse sfornato opere straordinarie. Qualche esempio? Impossibile non citare “Make Room! Make Room!”, il romanzo scritto nel 1966 da Harry Harrison, da cui è stato tratto il film “Soylent Green” (in italiano: “2022 i sopravvissuti”), girato nel 1973 da Richard Fleischer, capolavoro distopico che narra i mali della sovrappopolazione e dell’inquinamento, la nostalgia per il mondo della Natura ormai irrimediabilmente perduto, le derive del suicidio assistito. O ” Il pianeta delle scimmie”: pubblicato nel 1963 da Pierre Boulle e portato sul grande schermo nel 1968 da Franklin J. Schaffner, il film narra l’involuzione della specie umana dopo aver raggiunto il culmine della civilizzazione, fino ad essere soppiantata da una razza di scimmie intelligenti. O ancora il libro “Do Androids Dream Of Electric Sheep?”, scritto nel 1968 da Philip K. Dick, da cui nel 1982 è stato liberamente tratto “Blade Runner”, film diretto da Ridley Scott, che si interroga sulla possibilità di una coscienza per gli androidi – semplici oggetti, o esseri viventi con un’anima?

Quello “stupido” di Trump

Ma torniamo a Black Panther e, più precisamente, alla citazione con cui abbiamo aperto questo articolo: “In tempo di crisi, i saggi costruiscono ponti e gli stupidi innalzano barriere”. La frase viene pronunciata da Black Panther in una sessione delle Nazioni Unite, ed appare come extra dopo i titoli di coda del film. Apparentemente innocente, sia per la brevitá che per la collocazione quasi nascosta (molti spettatori tendono ad alzarsi dalle poltrone quando vedono scorrere i titoli di coda, e non si accorgono pertanto di ulteriori scene proiettate alle fine dei medesimi), questa frase è in realtà è un manifesto politico, e forse una stoccata nemmeno tanto velata al presidente americano Donald Trump, reo di voler costruire muri a protezione dei confini del suo Paese. Un manifesto politico arrogante, non a caso apprezzato da certi intellettuali di Sinistra, per i quali sembra una verità incontrovertibile che gli intelligenti siano solo coloro che la pensano in modo conforme alla loro ideologia, mentre chi ha un punto di vista differente è, automaticamente, un minus habens o, come va di moda dire adesso, un analfabeta funzionale.

Il confine necessario

Ma costruire muri, o barriere, è davvero così sbagliato? Noi percepiamo noi stessi per quello che siamo perché abbiamo un corpo confinato in un involucro, la pelle, che ci isola e protegge dal mondo esterno; se non l’avessimo, saremmo una massa di cellule scomposte mescolate alle cellule degli altri esseri viventi, umani, animali e vegetali, e non potremmo più dirci “noi”; saremmo un blob indefinito, irriconoscibile. Quando ammiriamo una cultura altra, è perché riconosciamo in essa delle caratteristiche ben precise, che si sono conservate nel corso del tempo grazie ad una cura amorevole delle tradizioni, alla salvaguardia certosina dei riti locali; lo vediamo nei cibi, le cui ricette si tramandano di generazione in generazione con una pignoleria devota; nelle danze e nei canti folkloristici, che si ripetono sempre uguali a se stessi di generazione in generazione; persino nei tratti somatici, di cui ci piace tentare di indovinare l’origine quando ne incontriamo di esotici sul nostro cammino.

Una legge naturale

Perché quando, da viaggiatori, incontriamo qualcosa di ben definito, siamo sopraffatti da un senso di piacevole meraviglia, mentre quando si tratta di applicarla a noi stessi, questa stessa legge naturale della conservazione diventa improvvisamente una cosa sbagliata, da combattere? Ai gitanii che immigrano nel nostro Paese si riconosce il diritto di mantenere i propri usi e costumi, l’abbigliamento tradizionale, la lingua nativa; non si chiede loro di integrarsi rinunciando alla loro cultura, anzi: si creano spazi nel nostro territorio affinché possano mantenere la loro identità. Noi invece, a casa nostra, siamo indotti a credere che solo inglobando le diversità abbiamo il diritto di dirci esseri umani degni, che solo sacrificando la nostra religione, le nostre usanze, la nostra Storia possiamo considerarci buoni, anzi, ancor di più: intelligenti. Se qualcuno della nostra etnia provasse a fare come i gitani, cioè proteggere le proprie tradizioni e la propria cultura, verrebbe considerato un razzista, un ignorante, uno stupido. Ed ecco allora sfiorare il ridicolo di Presepi fatti sparire dalle scuole assieme ai crocefissi, gli auguri di Buon Natale sbiaditi in un generico “Buone Feste”, fino all’assurdo di recite natalizie dove la parola “Gesù” viene sostituita con “Laggiù”, così da non urtare la sensibilità di chi, da ospite, non solo non dovrebbe urtarsi, ma dovrebbe essere umilmente riconoscente per l’ottima accoglienza ricevuta. Questi non sono ponti che consentono a culture diverse di incontrarsi per conoscersi e scambiarsi saperi; sono ponti grazie ai quali una cultura invade l’altra, e la calpesta.

Quei muri intelligenti

In Black Panther abbiamo ritrovato un’attrice, Danai Gurira, che abbiamo conosciuto come “Michonne” nella serie televisiva “Walking Dead”. Nel film della Marvel Gurira è una delle aspiranti mogli del re di Wakanda ed anche lei è tutta proiettata a costruire ponti; come Michonne, invece, questa fierissima donna costruisce palizzate di una cittá fortificata per tenere a bada i diversi – i morti viventi, ma anche gruppi di altri esseri umani affamati – che, in questo caso, non rappresentano affatto una ricchezza, ma una minaccia. Gli altri sopravvissuti all’Apocalisse zombie non vengono fatti entrare alla leggera nel feudo faticosamente organizzato dai ” nostri”, il cibo è un bene prezioso che scarseggia e che va razionato scrupolosamente, così come il materiale sanitario e gli altri generi essenziali alla sopravvivenza, tutte cose che si arrivano a difendere anche sparando a vista. Una semplice serie televisiva basata su un giornalino apocalittico ha capito che, quando le risorse scarseggiano, non le si può condividere all’infinito con tutti. E chi si attrezza per difendersi è il più intelligente, il più lungimirante, il più forte; quello con più chance di sopravvivere. Fumetto che vai, teoria sui muri che trovi.

Aurora Acciari